SVELATO IL FALSO DI MONTE MANFREI

Monte Manfrei: mausoleo per un eccidio mai avvenuto

«Il cippo commemorativo posto sul monte Manfrei celebra un eccidio mai avvenuto». A dissipare ogni dubbio sulle tante versioni che circolano in rete sulla presunta uccisione di 200 soldati della San Marco da parte dei partigiani, nella zona del Manfrei, sono i risultati della ricerca storica svolta del collettivo Bourbaki e presentata durante una serata organizzata dall’Assemblea antifascista e antirazzista di Villapiana, in collaborazione con l’ANPI di Savona, nella sala della S.M.S Generale di Villapiana.

Una ricerca cominciata per caso, seguendo gli articoli legati al caso Giuseppina Ghersi, su cui il collettivo sta lavorando, che ha portato i ricercatori alla scoperta dell’esistenza di alcune storie legate al monte Manfrei. Racconti che non coincidono mai nei fatti, nei tragitti o nelle date, i giorni dopo la liberazione.

«Solo su un punto le versioni concordano, affermando che 200 marò vennero uccisi e sepolti nella zona dai partigiani – hanno spiegato Carlo e Tommaso, del Bourbaki, durante l’esposizione della serata – ma incrociando tutti i dati e gli archivi delle vittime, sia quelle riconosciute che quelle ignote, meno di dieci risultano uccisi tra il 24 e il 29 aprile in quella zona e otto furono effettivamente i repubblichini fucilati dai partigiani, in quelle date. Inoltre – prosegue Tommaso – tra Urbe e Sassello, se si considera tutto il periodo della guerra di Liberazione, si arriva al massimo alla somma di 116 deceduti, perciò nemmeno in un arco temporale così grande si arriva vicini alla cifra indicata dalle storie sul Manfrei».

Ma la verifica condotta dal collettivo non si è fermata ai soli archivi della Rsi. «Il punto di partenza di una ricerca è che “un affermazione non è tale se non può essere confutata” e questo vale soprattutto per le nostre verifiche – spiega Tommaso – per questo non ci fermiamo ai soli archivi ma consideriamo tutti gli aspetti, come gli archivi fotografici, la cartografia, calcolando i tempi per gli spostamenti dei battaglioni e le difficoltà di allora e incrociandoli con i dati dei movimenti dei partigiani e dei nazifascisti nei giorni della liberazione e le testimonianze dirette».

E proprio da queste testimonianze è noto l’arresto del battaglione della San Marco nella zona di Urbe ad opera dei partigiani che erano posizionati in quei luoghi «I Marò vennero rinchiusi nella Villa Romana – ha raccontato Faustina Siri, la maestra di Urbe, oggi 94enne, che ha sempre smentito
l’eccidio – consegnarono le armi per poi essere portati a Vara, questo è ciò che dichiaro da allora perché lo vidi con i miei occhi»
. In seguito il battaglione fu trasferito e confinato nel campo di concentramento di Coltano. Una testimonianza che trova riscontro anche dagli atti degli americani, che citano i 200 soldati portati a Vara e dallo stesso tenente
del battaglione, Giorgio Giorgi, che sulle pagine del diario della San Marco, pubblicato nel ‘98 sulla rivista dei marò, parla delle consegne e del trasferimento, prima a Sestri e poi nel campo di concentramento in Toscana.

«Lo stesso generale Farina, nel riportare i caduti, durante quel periodo, non arriva lontanamente al numero di 200 – racconta Tommaso – ecco perché possiamo affermare che sul monte Manfrei non avvenne nessun eccidio ad opera dei partigiani. Questo non significa non tenere conto della complessità di quel periodo – conclude Tommaso – lo scopo del nostro lavoro è quello di smascherare le bufale che, anche attraverso il web, vengono pubblicate con il solo scopo di porre sullo stesso livello la violenza e il terrore dei nazifascisti, coordinati da esercito e istituzioni, per anni, con quelli che furono regolamenti di conti nei giorni successivi alla liberazione».

Al termine della serata ha preso la parola Iuri Patrone, figlio del capo-partigiano “Triste”, presente proprio in quei territorio durante il conflitto e accusato, in alcune versioni, di essere il mandante dell’eccidio.

«Mio padre ha sempre negato la storia del massacro, per tutta la vita. E per questo subì
minacce e insulti rivolti anche alla propria famiglia. Ha passato gli anni che gli rimanevano dormendo con una pistola sotto al cuscino, tanto era la preoccupazione per le minacce ricevute – ha raccontato Iuri – anche per questo scrisse un libro in cui ha raccontato il periodo della guerra, dove chiarisce tutte le vicende legate a quei giorni. E stasera ancora una volta, si è dimostrato che sul monte Manfrei non avvenne nessun massacro – ha concluso Patrone – le lapidi posizionate in quel luogo andrebbero rimosse e i rappresentanti delle istituzioni, che partecipano a quelle false commemorazioni, dovrebbero essere allontanati dalle stesse istituzioni pubbliche».

Il libro scritto dal partigiano Patrone si intitola “Triste, storia: episodi di Resistenza partigiana: la vicenda di Olbicella e verità su Monte Manfrei”. Il risultato delle ricerche e la documentazione analizzata dal collettivo riguardo i fatti di monte Manfrei sono disponibili online su www.wumingfoundation.com/giap Il collettivo Bourbaki segue un metodo di lavoro basato sulle linee guida dello storico francese Marc Bloch. Un metodo storico-critico riassunto nella guida “Questo chi lo dice? E perché?”, pubblicata anch’esso online e disponibile gratuitamente sul sito www.wumingfoundation.com.

A.C.